Senza rete
(di ultimi, di bambini, di parole importanti e di parole cantate)
Con la CEI ho un rapporto di lavoro che va avanti da anni, la 50a Settimana sociale a Trieste, il Giubileo dei giovani 2025 a Piazza San Pietro, altre collaborazioni ancora prima, indietro nel tempo fino al Giubileo del 2000. È da questa storia condivisa che è arrivata la chiamata di Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori: voleva un testo che parlasse di abusi sui minori, e io non mi sono fatto spaventare. Ho detto sì a una condizione, che non si poteva scrivere di tutela senza dire chiaramente che la piaga passa anche da dentro la Chiesa Cattolica. Non s’è presa un secondo per pensarci. Mi ha detto che era uno dei punti su cui lavoravano da anni, uno dei più urgenti, e che lo sapevano. Ed è lì che è arrivato l’entusiasmo, quello che ti fa lanciare in imprese a prima vista folli.
I bambini sono gli ultimi degli ultimi, quelli con meno voce e meno modo di difendersi, e questo mi premeva che il testo lo dicesse con chiarezza, insieme all’altra faccia della stessa cosa, che l’abuso nasce ovunque un adulto dimentichi il proprio ruolo educativo e tratti come suo quello che invece gli è solo affidato. Tradire la fiducia di un bambino usando la propria autorevolezza, un ruolo che dovrebbe proteggere e che invece si rivolta contro chi dovrebbe proteggere, mi sembra la cosa più terribile che un essere umano possa fare. E mi ha colpito, lo dico senza retorica, che fosse proprio la Chiesa Cattolica a volermi affidare questa meditazione, a chiedermela con questa chiarezza.
E io l’ho fatto, nel modo che conosco: mescolando parole e canzoni.
Ho ancorato ogni affermazione che ho messo nel testo a un riferimento preso dalle Scritture, ed ho aggiunto un apparato critico che ne dichiarasse la fonte: neanche una parola del testo è, da un certo punto di vista, farina del mio sacco. A quell’impalcatura ho affiancato i cantautori che sono il mio mondo, e nel quale ho spesso trovato inaspettate (per altri, non per me) parole di saggezza.
Il problema tecnico che mi sono trovato davanti era diverso (ma forse solo in apparenza) da quello teologico: come tenere un pubblico dentro un discorso difficile senza salire su un pulpito. Vengo da quarant’anni di mestiere che è fatto anche di varietà, Natale a Beverly Hills e in Sudafrica, Uno Mattina, Meraviglie, Sanremo Giovani, gente che il sabato sera vuole ridere, e quella cassetta degli attrezzi, il ritmo, l’alternanza, il non insistere mai troppo su un punto, l’ho messa a servizio di un tema che di solito si tratta con la voce grave. Ma vengo anche dall’affabulazione del monologo teatrale, dalla narrazione cinematografica, e da lì ho attinto: so che il modo migliore per far arrivare un’idea o un valore è raccontare una storia, non enunciarla. San Francesco (non mi sogno nemmeno di paragonarmi a lui) faceva il giullare per radunare la gente prima di predicare. Ho pensato a qualcosa di simile mettendo Fossati ad aprire il crinale della fragilità prima ancora che il testo dicesse una parola, Vasco a chiedere se questa storia un senso ce l’ha, Gaber più avanti a pesare la responsabilità di chi guarda e sceglie di non vedere, ma io trovo una dolcezza infinita, nel suo consiglio di “non insegnare ai bambini”. Battiato arriva alla fine, dove lo spazio è già aperto, e lo fa risuonare invece di contraddirlo. E costruendo con Antonio Maggio un eco quasi da varietà musicale, l’ultima parola di ogni frase di Arianna ripresa e rilanciata, chiusa in fondo dalla frase del titolo. Sotto, a tenere la serietà del discorso, restava l’apparato scritturale: ogni affermazione ancorata a un riferimento con la fonte dichiarata, perché sono laico, non volevo fare teologia di parte, cercavo una ragionevolezza che reggesse anche fuori da un discorso confessionale.
Il 17 aprile siamo andati in scena a Roma, davanti ai referenti di tutte le diocesi italiane. Una platea che il problema lo conosceva già da dentro, che aspettava quel testo prima ancora di sentirlo. Di quella sera mi è rimasta impressa un’immagine precisa: Arianna che recita, e a un certo punto il magone la prende, perché quelle parole erano arrivate anche a lei, e non riesce a dominarlo fino in fondo. La sala se ne accorge, e scatta un applauso che sembra dire, il magone ce l’abbiamo anche noi. Momenti che nessuno ti può pagare.
Il 17 agosto, a Siniscola, è un’altra sala, e più che una sala una spiaggia, La Caletta, Area Fraterna, le nove e mezza di sera. Chi arriva è in vacanza, ha scelto una serata invece di un’altra, e legge sul cartellone una promessa, ricostruire sogni dopo un abuso. Cambia la platea, non il progetto: resta un testo della CEI, che nel frattempo gli ha dedicato anche una pagina sul suo sito, tra le notizie di servizio del Servizio Nazionale. Ma chi si siede a Siniscola non sa niente della genesi, delle Giornate di preghiera, dell’apparato che ho costruito per tenere insieme laicità e Scritture. Arriva e basta, e il testo deve farsi bastare da solo, senza il conforto di una sala che già sapeva.
Poi il 9 settembre Oliveto Citra, il 2 ottobre Piacenza, altre date che si stanno definendo. Un calendario che comincia a somigliare a quello di uno spettacolo che viaggia per conto suo, aperto da chi lo ha voluto ma non più accompagnato in ogni tappa.
Non cambia il testo. Cambiano ogni volta Arianna Ciampoli e Antonio Maggio, che lo portano in scena ogni volta in un posto diverso. Sono due persone a cui voglio bene prima ancora che due interpreti bravi, e in scena si sente, in quel modo che nessuna tecnica insegna. E cambia quello che il pubblico porta con sé prima di sedersi.
A Roma il testo aveva la sala che lo aspettava. In viaggio quella sala non c’è più. Resta l’istituzione, ma dietro le quinte, non più nella stanza: è lei che apre le porte di una Caletta, di un teatro di provincia, di piazze che da solo il testo non avrebbe mai raggiunto. In scena però restano solo Arianna e Antonio, davanti a chi quella genesi non la conosce, e lo spettacolo deve bastare a se stesso dall’inizio alla fine.




Voglio vederlo!!
Sono d’accordo con il commento precedente. Forse se ne potrebbe fare un podcast…