ODIO L'ESTATE
Non sono sicuro che sia andata così, ma forse questo è il bello. E spiega anche perché, quando ascolto canzoni come “Estate” di Bruno Martino, o “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto, io mi emozioni. Io figlio di Dylan, del Banco, delle immaginazioni lisergiche dei Jefferson Airplane. Eppure è così: la malinconia di quelle canzoni, con quella briciola di blues e di chansonniere che emerge senza chiedere permesso, ha l’odore del latte materno, e del palcoscenico. Il luogo: Bocca di Magra, a pochi chilometri da La Spezia, Dancing River Club. Una impresa spericolata dei miei genitori, che ancora non avevano trent’anni, e dà un brivido pensarci, come lo dava a Gozzano la scoperta che Nonna Speranza aveva diciott’anni, in una lirica che lui le dedicava. E quindi, forse quei malinconici ‘50 camuffati da ottimisti che erano appena finiti, e quei ‘60 che non erano ancora yè yè, io li ho introiettati là.
Mio padre mi parlava di quel momento come di un momento di speranza. Paul Anka, Neil Sedaka, un ottimismo, come direbbe Guccini, “alla cogliona, fatta coi miti del ‘63, di due Giovanni, e pace un po’ alla buona”. Ma la sua è un’ironia che smaschera da fuori, con affetto beffardo. Quell’epoca, raccontata così, la puoi guardare e sorriderne.
Estate no. Estate non si lascia smascherare, entra senza chiedere permesso, come la briciola di blues di cui dicevo prima.
Eppure trovo affascinante che due delle più belle canzoni di quel momento, a parole ottimista, parlino di un amore finito.
Sei calda come i baci che ho perduto / sei piena di un amore che è passato / che il cuore mio vorrebbe cancellar / odio l’estate.
Si chiama Estate, e finisce per odiarla. È la stessa mossa di chi si definisce per quello che non è, che non vuole, che rifiuta: l’ho vista negli ultimi giorni in Montale, nell’hater sotto un post, in me stesso quando dico che non scrivo le cose migliori, né le più intelligenti. Bruno Martino, per dire l’estate, dice cosa non vuole più.
Quella malinconia struggente io non la so scrivere. Non la so raccontare. L’ho fatto una volta sola, in un racconto, andando a rovistare nelle pieghe dell’anima. Ci sono riuscito. Ma non è un viaggio che rifarei.
Non è un limite tecnico, è autoconservazione. So dov’è quella porta, ci sono già stato. Basta un disco, tre accordi, una voce roca che dice “odio l’estate”, e si riapre da sola, senza che io la forzi.
Interrogarsi, da cantastorie, sul perché non si riesce a raccontare storie d’amore, è una gran bella domanda. Forse è pudore per parole troppo grosse per maneggiarle con disinvoltura. Forse è che le canzoni sono macchine del tempo, ma tu rimani qui, e ti guardi laggiù, allora, quando quel pensiero, o il ricordo di quel viso, ti faceva star male. A prudente distanza.
Del River Club, ricordo... nulla, in realtà. Ricordo i racconti.
Una sera, mia madre stava alla cassa, e sentì delle risate dalla sala. Andò a vedere. Ero io, in pigiama, salito da solo sul palco, a cantare a cappella Papaveri e Papere.
Nessuno me l’aveva chiesto. Nessuno mi aveva insegnato la canzone, o forse sì, chissà quante volte l’avevo sentita da dietro le quinte senza che nessuno se ne accorgesse, nemmeno io. Ma il palco, quello, l’ho scelto da solo. A quell’età lì, prima ancora di sapere cosa fosse la vergogna, o il pubblico, o la paura di sbagliare nota.
È vero? È agiografia, tramandata dal passaparola di famiglia? O forse io stesso, raccontandomela un milione di volte, non ho resistito alla tentazione di romanzarla ancora un po’, ogni volta un po’ di più?
Non so se questo pezzo voglia spingersi oltre quella porta, o fermarsi sulla soglia.
Fatto sta che ora è finito.




Quella domanda finale, se un ricordo raccontato mille volte resti vero o diventi qualcos'altro, mi accompagna da quando ho iniziato a scrivere di mio nonno che cantava sotto le stelle in campagna, senza microfono, senza pubblico, solo per il gusto di farlo. Non so più con certezza cosa ricordo davvero di quelle sere e cosa ho costruito raccontandole io, nel tempo. Forse la differenza, alla fine, conta meno di quanto temiamo. Il bambino in pigiama sul palco a cantare Papaveri e Papere è vero comunque, anche se la memoria l'ha un po' romanzato — perché quella scelta, di salire lì senza che nessuno gliel'avesse chiesto, dice qualcosa di te che nessuna verifica dei fatti potrebbe smentire.
"Le canzoni sono macchine del tempo, ma tu rimani qui", bellissima.
Infatti mi sono sempre chiesta il perché di questo pudore